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QUEI MIGRANTI VENUTI DALL’INFERNO

CHE ORA FANNO VOLONTARIATO

QUEI MIGRANTI VENUTI DALL’INFERNO
 CHE ORA FANNO VOLONTARIATO

La carità è semplice quando il cuore è libero. Così l’immigrazione, quando si agisce liberi dall’ideologia, può diventare un’occasione di incontro. La testimonianza dei nostri amici di Paullo (Mi) e Zelo Buon Persico (Lo)

Tante città e paesi, in tutta Italia, accolgono i migranti. Lo fanno perché la legge glielo impone e, spesso, loro malgrado, magari tra l’indifferenza e l’irritazione. A Paullo e Zelo Buon Persico, due cittadine in Provincia di Milano e Lodi che distano pochi chilometri l’una dall’altra, alcune famiglie si sono avventurate oltre i confini del proprio quieto stare, decidendo di recarsi al Centro d’accoglienza straordinaria per i richiedenti asilo locale, dove i profughi ospitati, ormai da due anni, non si integravano.

Volevano verificare di persona cosa stava accadendo. E, soprattutto, conoscerli. Un po’ per curiosità e un po’ perché “siamo un gruppo di cattolici. Più volte, abbiamo ascoltato il Papa insistere sul dovere dell’accoglienza nei confronti dei nostri fratelli lontani. Semplicemente, non potevamo rimanere indifferenti”, spiega Marco Sala, uno dei volontari della cooperativa sociale Il Carro.

E così, pian piano, quei ragazzi inizialmente taciturni iniziano ad aprirsi, a rivelare le proprie drammatiche storie. Raccontano che hanno percorso migliaia di chilometri per giungere in Italia, intraprendendo viaggi di anche cinque anni. Vengono dal Ghana, dal Senegal, qualcuno dal Pakistan. Sono scappati dai loro villaggi perché perseguitati a causa della propria religione, perché obbligati a sposarsi contro la propria volontà, perché rischiano di la vita per una vendetta. O, banalmente, perché nel loro villaggio avrebbero rischiato di morire di fame. Nel cammino di risalita verso nord, ogni volta che attraversano un nuovo Paese, sono costretti ad avere a che fare con l’umanità più degradata: ladri, mercenari, soldati corrotti. Sono sfruttati, ricattati, subiscono ogni sorta di violenza, ciascuno di essi vive l’esperienza della prigione. Attraversare il mare, imbarcandosi sulle coste libiche, non è la cosa peggiore che gli sia capitata. 

I profughi e le famiglie iniziano a conoscersi meglio. “Dentro le strutture vivevano quasi in una sorta di involucro neutro. Questi ragazzi volevano un lavoro, imparare l’italiano e, soprattutto, avere dei rapporti normali. Non abbiamo fatto nient’altro che questo; iniziando ad invitarli a pranzo o a cena”. Nel tempo e con naturalezza, i rapporti si sviluppano e si intensificano. “Natale lo hanno vissuto nelle nostre case; si sono coinvolti nel torneo locale di calcio, diventano la squadra beniamina del paese; molti fanno qualche lavoretto e, nel tempo libero, danno una mano come volontari, ad esempio aiutando i bambini che escono da scuola ad attraversare la strada. Lo scorso novembre, addirittura, hanno tutti partecipato alla Colletta Alimentare”.

Alcuni di loro, probabilmente non otterranno l’asilo politico e dovranno lasciare l’Italia. Altri, lasceranno i paesi che li hanno ospitati, perché avranno trovato un lavoro. Le strade della vita porteranno la maggior parte di essi altrove, mentre nuovi profughi arriveranno e, pian piano, anche loro prenderanno l’abitudine di andare a pranzo dalle famiglie di Paullo e Zelo Buon Persico. “E’ una dinamica che rafforza la consapevolezza del senso del nostro limite. Ma che, d’altro canto, ci ha fatto capire che il fenomeno della migrazione non è un dramma, se vissuto come incontro tra persone. Insomma, se si affronta la realtà senza schemi ideologici o senza farsi troppe domande, nascono legami che vanno riconosciuti per quello sono: un dono immenso”.

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